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MI SONO ALLENATA A DIVENTAR PUTTANA CHE, QUANDO HA IL CAZZO, E’ PROPRIO SANA!

Oggi si chiama Adele, ma fino a tre anni fa, per tutti, e soprattutto per se stesso, era Enrico. Ecco la straordinaria vicenda, narrata in prima persona e senza falsi pudori o inutili reticenze, della totale trasformazione di un maschietto in femminuccia…

 

Finalmente, finalmente, finalmente! Gli slippini dorati mi stringono le chiappe e il malloppo di cazzo e coglioni sotto la minigonna, e finalmente sono felice, per la prima volta davvero in tutta la mia vita. Esco di casa e mi avventuro nella notte buia e umida, in questa Milano invernale. Su, Adele, dico a me stessa, non essere timida: stai iniziando una nuova vita…Ma, ahimè, timida lo sono e non posso negarlo. E’ la prima volta che esco di casa vestita da donna e i tacchi altissimi, a spillo, non mi facilitano le cose, nonostante il lungo allenamento in camera mia. Ma un conto è andare su e giù sul tappeto del salotto, altra cosa affrontare i ciottoli del marciapiede sconnesso.

Barcollo un poco, ma, come si dice, non tutto il male viene per nuocere. Ondeggiare scompostamente, come se fossi una baldracca ubriaca fradicia, mi fa ballare le chiappe, fa risalire la minigonna e mostra agli automobilisti di passaggio il mio culetto ruspante e il cordoncino del tanga che, dietro, si è insinuato in profondità in mezzo alle due mele di carne, allargandole a dismisura e non vuol saperne di uscire di lì.

Qualcuno suona il clacson, un paio di ragazzi su un motorino si lasciano andare a delle sconcezze urlate che, stranamente, anziché avvilirmi, mi fanno tirare il cazzo che saltella fuori dallo slippino. Per sistemarlo dentro la mutandine, devo fermarmi, alzare il bordo della minigonna, prenderlo in mano e farlo accucciare di traverso nello slip. Un’operazione che si rivela più lunga e complessa del previsto, anche perché più lo tocco e più si indurisce.

Si ferma un’auto. Getto un’occhiata laterale. E’ un vecchio grasso, laido, bavoso e ripugnante. Dovrebbe farmi schifo. Perché, allora, il mio cazzo diventa ancora più duro? Mi sta chiamando. Ha dei soldi in mano. Vuole chiavare ed è disposto a pagare per questo. Insomma, sto per diventare una puttana. Non soltanto donna, ma anche vacca e troia. Finalmente. Non soltanto donna, ma una vera donna. Finalmente, mille volte finalmente.

E, mentre salgo su quella macchina, verso il mio primo momento di femmina reale, ripenso a tutta la mia vita, a tutto quello che mi ha portata a questo. Il mio nome era Enrico. Ho trentasei anni. Mentre, caracollando e barcollando, con cazzo e coglioni ballonzolanti sul davanti, sotto la minigonna rialzata, reggiseno che racchiude le mie tettine che stanno sbocciando grazie alla terapia che mi ha dato il dottore (ma presto potrò fare l’intervento e avere una bella quinta misura…), parrucca e tutto il resto che si potrebbe sintetizzare con l’espressione: abbigliamento da troia, vado verso la portiera aperta dell’auto del vecchio, apertura che mi consente di vedere che l’individuo ha già tirato fuori dai pantaloni un enorme cazzo durissimo e ha la bava alla bocca dalla voglia di fare porcate e maialate con me, decido di ripensare a tutto ciò che è avvenuto prima.

Intanto salgo e abbandono il culo sul sedile, accanto al vecchio che allunga una mano, mentre guida lentamente verso luoghi bui della periferia, e mi accarezza tutte le faccende domestiche in mezzo alle mie gambe. Che io allargo, mentre mi abbandono a quelle sollecitazioni e sprofondo con la mente all’indietro, verso il passato.

Quando è iniziato davvero tutto?

Sono sempre stato un ragazzo “normale”. Studiavo e andavo bene a scuola. Così, in seguito, quando venne il momento di cercare un lavoro, lo trovai facilmente. Guadagnavo bene e certamente tutto questo mi facilitò nella conquista di Alessandra, che diventò, dopo tre anni di fidanzamento, mia moglie. Un matrimonio apparentemente felice e senza particolari intoppi.

Certo, a volte litigavamo, ma quale coppia non vive momenti di scontro, a volte a causa di vere e proprie banalità? Litigavamo e poi facevamo la pace, finendo sul letto a fare l’amore. Sempre? No, non sempre. Forse, i problemi veri cominciarono verso il quinto anno di matrimonio, a causa dei figli. Sì, dei figli che non avevamo. Perché non riuscivamo ad averli.

All’inizio, durante i primi tre anni di vita in comune, si era trattato di una scelta. E’ troppo presto, avevamo detto di comune accordo io e Alessandra. Godiamoci un po’ la vita, almeno per qualche anno. Ma, in seguito, nonostante tante esercitazioni mirate, ci rendemmo conto che qualcosa non andava per il verso giusto. Quei figli proprio non volevano saperne di arrivare. Ecco, credo che fu proprio allora che l’idillio cominciò a guastarsi.

Io pensavo che fosse colpa di Alessandra e lei, forse anche soltanto inconsciamente, colpevolizzava me. Una visita dal dottore avrebbe forse chiarito una volta per tutte l’enigma angoscioso, ma avevamo entrambi paura di quel responso. Per altri tre anni ci baloccammo con pretestuose fantasie, finché fu chiaro che eravamo destinati a restare senza discendenti.

Ma Alessandra non si arrese. Si fece un amante. Il quale la mise incinta. Quando le venne il pancione (da sei mesi io e lei non avevamo rapporti) capii come stavano le cose. Era colpa mia e lei si era fatta pompare da un altro. Ecco, fu probabilmente quel giorno, quando ebbi la consapevolezza di questo, che qualcosa cambiò dentro di me. Io e Alessandra diventammo in breve tempo due estranei. Ormai lei viveva praticamente a casa dell’amante.

E a volte lo invitava a casa nostra. E una notte…

Una notte avvenne qualcosa che mai, in precedenza, sarei arrivato a credere possibile. Il pretesto era questo: Alessandra era tornata perché le serviva della biancheria pulita, ma poi l’auto di Sergio, il suo amante, aveva fatto i capricci. Tanto valeva che lui si fermasse a dormire lì. Dall’elettrauto ci sarebbe andato l’indomani mattina, visto che a quell’ora…

In realtà, io avevo l’impressione che si trattasse di una specie di esercitazione generale per emarginarmi definitivamente anche in casa mia. Primo passo verso l’obiettivo finale: cacciarmi di casa. Anche perché il pancione di Alessandra cresceva a vista d’occhio. Ancora qualche mese e avrebbe partorito. Il bambino non avrebbe certo potuto avere due padri…

Si installarono nella nostra camera matrimoniale e io fui costretto ad arrangiarmi sul divano del salotto. Una notte che si preannunciava lunga, agitata e pessima. Una notte in bianco, anche perché, da quel divano, nonostante la porta della camera da letto fosse chiusa, udivo benissimo i gemiti allucinanti della loro chiavata. Era inutile fingere di dormire. Nel buio accesi una sigaretta e poi altre ancora…

Quando Sergio andò in bagno per pisciare e per lavarsi l’uccello, capì che ero sveglio e in grado di osservarlo? Il salotto era al buio, d’accordo, ma ormai i miei occhi si erano abituati, dopo alcune ore di veglia, a quell’oscurità. Per andare in bagno, Sergio doveva, per forza di cose, transitare proprio davanti al divano, davanti a me. Probabilmente, mi considerava ormai una tale nullità da non doversi preoccupare affatto di me. Che fossi sveglio o no, lo lasciava del tutto indifferente.

Sta di fatto che, muovendosi lentamente, con la pigrizia del maschio soddisfatto che ha appena sborrato in modo soddisfacente dentro la pancia di una vacca, mi passò davanti completamente nudo, con il grosso uccello e il malloppo consistente di due coglioni grandi e pelosi ben esposti e saltellanti sotto la sua pancia. Entrò in bagno e accese la luce, senza minimamente curarsi di chiudere la porta alle proprie spalle.

Ora lo vedevo bene, in piedi e perfettamente illuminato, mentre pisciava e poi si sciacquava la cappella del cazzo al lavandino e infine mentre lo scrollava, facendo sobbalzare i coglioni poderosi. Che cosa mi successe in quel momento? Avrei dovuto alzarmi (anch’io ero completamente nudo, dal momento che era estate e la notte era molto calda) e affrontarlo a pugni, per un simile oltraggio che egli, con tracotanza e indifferenza, aveva appena consumato in casa mia e davanti ai miei occhi, con la complicità di quella baldracca che era ancora mia moglie. E invece…

E invece me ne restai nel letto, con gli occhi sgranati a osservarlo, con meraviglia e interesse. Non avevo mai visto un uomo nudo prima di quel momento (visita di leva a parte, ma il contesto in quel caso non era eccitante…). Lo spettacolo casuale si rivelò prodigioso e sconcertante oltre ogni mia eventuale supposizione in merito…

Sergio mi ripassò davanti, come all’andata, con il solito atteggiamento strafottente. Fu una mia fantasia oppure veramente questa volta egli si fermò per un istante proprio davanti a me, prendendosi il cazzo in mano per controllare (al buio…) se la cappella era veramente pulita? Comunque la cosa avvenne. E io trasalii. Perché…

Perché mi resi improvvisamente conto di avere desiderato quel cazzo! Un turbamento strano mi assalì, stordendomi. Com’era possibile una simile magia? Davvero avevo provato il desiderio di succhiare i coglioni e leccare la cappella del mio rivale? Non c’erano dubbi sul fatto che qualcosa di terribile mi stava avvenendo. Non solo avevo provato quel desiderio, ma il cazzo mi era venuto terribilmente duro e tale continuava ostinatamente a restare, costringendomi improvvisamente a impugnarlo con la mano per dare inizio a una sega forsennata.

Ormai Sergio era rientrato in camera. Tesi l’orecchio. Sembrava che i due maledetti stessero finalmente dormendo .Io, al contrario, ero ben sveglio. Mi alzai, muovendomi nudo nell’ombra, il cazzo svettante e saltellante sul davanti, i coglioni duri per il desiderio prepotente di sborrare, con oscenità e morbosità. Dal momento che mi trovavo in casa mia, orientarmi al buio non mi era affatto difficile. Mi rendevo conto di quello che avevo in animo di fare, e la cosa mi appariva persino incredibile.

Nei giorni precedenti avevo sistemato una parte dei vestiti di Alessandra in alcuni scatoloni, provvisoriamente piazzati nell’ingresso. Dentro si trovava anche una discreta quantità di biancheria intima. Al buio, artigliando i coperchi di cartone con gesti febbrili, feci affiorare quella biancheria sexy. Al tatto li riconoscevo perfettamente, quei capi, immaginandoli ancora riempiti dalle tette e dalle chiappe di quella vaccona di mia moglie.

Ne scelsi alcuni, quelli che, secondo me, potevano meglio rappresentare la carica di lussuria che si era impadronita di me. E con quei capi fra le braccia, come trofei, entrai nudo in bagno. Accesi la luce e mi chiusi dentro. Alcuni rossetti di mia moglie erano in bella vista. Mi infilai il reggiseno, le mutandine, le calze di nylon e mi spalmai le labbra di rossetto. In bagno si trovava anche un paio di zoccoli di mia moglie, con zeppa alta.

Dal momento che erano aperti di dietro, anche se molto piccoli per i miei piedi, riuscii comunque ad infilarli. Per riempire adeguatamente il reggiseno mi creai due tette floride con un rotolo di carta igienica. A quel punto, indossai un baby doll di Alessandra, che mi andava incredibilmente stretto. Fui costretto a squarciarlo di dietro, per indossarlo, e mi misi a ridere immaginando l’espressione di quella scrofa lurida con il pancione e un bastardo dentro, l’indomani quando avrebbe controllato la sua biancheria.

Ebbi un’illuminazione, all’improvviso. L’unica cosa importante per me, ormai, era farmi  bella e portarle via il maschio, aprirgli il buco del culo e fargli capire che era più appetitosa la mia fica di quella lurida di quella vacca di Alessandra. Era una guerra fra donne e io mi sentivo più donna di lei.

Afferrai una spazzola e mi infilai il manico nel buco del culo, immaginando che si trattasse del cazzo di quel porco. Sborrai come non avevo mai sborrato in vita mia.

Ma, tornato lucido, capii improvvisamente due cose. Che ormai quelle due persone che si trovavano in quella casa non avevano più nulla a che fare con la mia vita. E che la mia nuova vita era quella di una donna.

A partire da quel momento tutto cambiò. Mi trovai una casa, dove andai a vivere da solo e poco per volta cominciai a travestirmi sempre meglio, finché trovai il coraggio di andare da un endocrinologo, che mi aiutò a femminilizzare sempre di più il mio corpo.

Nacque così, finalmente, tre mesi più tardi, Adele…

MI SONO ALLENATA A DIVENTAR PUTTANA CHE, QUANDO HA IL CAZZO, E’ PROPRIO SANA!

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